Esplorazione delle cause e delle soluzioni per il dolore sessuale senza pregiudizi, stigma o tabù
Disclaimer
Questo articolo è una riflessione personale, un invito a tutti, sia professionisti che pazienti, a riflettere su come possiamo migliorare l’approccio al dolore alla penetrazione. La mia speranza è che, ascoltando diverse prospettive, possiamo costruire insieme un modo di cura più efficace e comprensivo.
Provare dolore durante la penetrazione, che sia un dito, un pene, un toy o l’ecografo che utilizza la/il ginecologa/o, è un’esperienza impattante e spaventosa, è difficile trovargli una causa, una spiegazione, un senso. Per quanto il fenomeno sia ancora poco compreso, ogni professionista fornisce una spiegazione diversa e chi ne soffre si sente facilmente investita dalla società circostante e dal personale medico-sanitario di etichette che sotto sotto dicono due cose: o sei rotta nella psiche o hai un corpo che non funziona.
Le persone che soffrono di dolore sessuale ricevono consigli, diagnosi e trattamenti che molto spesso sono conditi da ingredienti molto sgradevoli e poco scientifici: pregiudizi nei confronti di chi soffre di dolore persistente, stigma nei confronti di chi soffre di disturbi mentali e psicologici, tabù e atteggiamenti moralizzatori nei confronti dei comportamenti sessuali e per finire una cultura penetrazione-centrica che sovrappone la sessualità all’atto penetrativo.
Isterica, emotiva, rigida, sono solo alcuni degli appellativi che vengono attribuiti a chi soffre di questa condizione, come a sottolineare che qualsivoglia atteggiamento sessuale o manifestazione dell’emotività possa essere non solo giudicato e moralizzato da altri, ma anche essere “causa” del dolore (spoiler: scientificamente impossibile!). Dalla parte opposta invece si tende ad abusare di etichette di patologie come “ipertono del pavimento pelvico” o “neuropatia del pudendo” che non solo fanno pensare alla persona di avere un corpo danneggiato, ma la fanno sentire poco in controllo del suo stesso corpo.
Dalla letteratura scientifica prodotta negli ultimi decenni sappiamo che il dolore alla penetrazione è un dolore che, come tutti gli altri, vive di meccanismi che fanno capo al corpo, alle emozioni, ai pensieri e al contesto socioculturale in cui viviamo. Il dolore però è sempre vero! E, soprattutto, si può avere un corpo perfettamente “sano” e provare un dolore forte, atroce, invalidante, distraente, anche durante l’atto sessuale.
È da questa consapevolezza che vorrei partissimo. Ma se creiamo e crediamo ad una narrazione di corpi guasti con nervi danneggiati, muscoli troppo contratti che non rispondono al nostro controllo come facciamo a ridare alle persone la capacità necessaria a prendere in mano la situazione? Se giudichiamo e patologizziamo le risposte emotive delle persone, come facciamo a considerare le stesse nei nostri trattamenti? Se temiamo e stigmatizziamo condizioni di disagio psicologico come facciamo ad integrare quei fattori nel nostro trattamento? Se continuiamo a negare di vivere in una società fallocentrica, che prende la penetrazione e la fa diventare la principale caratteristica della sessualità umana, come facciamo a prendere in carico quella componente sociale che aumenta di così tanto la sofferenza delle persone che soffrono di dolore alla penetrazione?
Chi soffre di dolore alla penetrazione non è rotta nel corpo, non è rotta nella psiche, non è rotta nella sessualità. Chi soffre di dolore alla penetrazione soffre di dolore alla penetrazione (sembrerà tautologico, ma è proprio così) e merita di poter essere aiutata in una maniera che prenda in considerazione tutte le variabili biologiche, muscolari, psicologiche e culturali che concorrono al mantenimento di quel dolore.
a cura di Greta Tonelli
